Non far lavorare le donne aiuta la recessione. Ecco le contromisure per favorire l’Equity Gender

15 July 2020 IN Attualità
Non far lavorare le donne aiuta la recessione.

Lo scorso 19 giugno la Commissione Europea ha discusso (senza giungere ad un esito definitivo) le misure proposte all’interno del Recovery Fund. L’incontro si racconta sia stato caratterizzato dalla ricerca di una convergenza tra i cosiddetti frugal four (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia) ed i paesi sostenitori di una linea più morbida, a favore del sostegno dei Paesi più colpiti dalla crisi che ha fatto seguito alla pandemia da Covid-19 (tra cui il nostro Paese). Le speranze di giungere ad una conclusone (auspicabilmente positiva) sono riposte nel prossimo incontro, il primo in presenza a seguito del lockdown, che si terrà il 17 e 18 luglio.
Mentre nel nostro paese il dibattito è ancora aperto sulla necessità di accogliere o meno questa opportunità di supporto che proviene dalla UE, in alcuni altri paesi si sta entrando nel merito per cercare di valutare l’impatto delle misure proposte in un’ottica di efficienza complessiva. 
È quanto si è riproposta l’Europarlamentare tedesca Alexandra Geese (Greens/EFA), commissionando a chi scrive ed alla collega austriaca Elisabeth Klatzer un Gender Impact Assessment (ovvero, una valutazione dell’impatto di genere) degli interventi proposti all’interno del pacchetto Next Generation UE del Recovery Fund. Il principio di base è semplice e condivisibile, a partire dal presupposto fondamentale: le misure di politica economica non possono che impattare diversamente sulle donne e sugli uomini, per questioni legate alla loro presenza sul mercato del lavoro e alla gestione dei tempi e dei compiti di attività legate alla cura, solo per fare qualche esempio.
Per questo, Alexandra Geese ha lanciato un’iniziativa dal titolo provocatorio: Half of It. La campagna, contraddistinta dall’hashtag #HalfOfIt, richiede che la metà dei fondi previsti dal Recovery Fund sia destinata a settori che darebbero impulso all’occupazione femminile ed all’avanzamento dei diritti delle donne in termini di equità. Tutto ciò è, peraltro, previsto dall’Articolo 23 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali, che prevede l’uguaglianza tra donne e uomini in qualsivoglia area, inclusi l’occupazione, il lavoro ed il salario.
Non si pensi che tale iniziativa sia legata unicamente ad un (seppur pienamente condivisibile) principio di equità. Perché, se è vero che (almeno in un consesso pubblico) sarebbe ormai difficile trovare qualcuno che non si proclami a sostegno dell’equità, quello della gender equity è in primo luogo un tema economico, un tema legato all’efficienza. 
Partiamo, come sempre, dai dati, per condividere alcune riflessioni: secondo le ultime stime della BCE, il nostro paese andrà incontro una contrazione del PIL dell’11,2%. Non creare le condizioni perché la forza lavoro femminile possa continuare a rimanere produttiva va in una direzione prociclica, anziché anticiclica. In altri termini, aiutiamo la recessione. Ma se anche questo non fosse abbastanza, allora forse potremo trovare convincente questi altri dati, perché il gender gap ci costa: l’Unione Europea ha stimato che annualmente il gender employment gap, ovvero la sottoccupazione delle donne, costi circa 370 miliardi di Euro, legati non solo alla mancata produzione di ricchezza, ma anche alla minore quota di gettito fiscale a disposizione dei governi, così come alle misure di welfare adottate. Pertanto, al momento della definizione delle misure contenute in un pacchetto che prevede un significativo impegno di denaro, non ragionare in termini di efficienza di genere ci allontana dal perseguimento di una piena efficienza per l’intero sistema economico.


Cosa è emerso, quindi, dall’analisi dell’impatto di genere di Next Generation UE?
Lo studio condotto ha evidenziato alcuni punti chiave.

 

Le proposte analizzate sono, come si dice, gender blind, ovvero non considerano una specifica prospettiva di genere. Questa impostazione si traduce in un’allocazione dei fondi ben lontana dall’efficienza, in quanto non adeguata a rispondere alle sfide provenienti dalla crisi susseguente al Covid-19 soprattutto nei settori delle attività di cura e, comunque, nei settori caratterizzati da elevata complessità per la forza lavoro femminile
I settori beneficiari delle misure di supporto economico sono settori a prevalente occupazione maschile (il settore digitale, ad esempio, ma anche quello delle costruzioni o dei trasporti). Nuovamente, si manca l’obiettivo dell’efficienza, anche perché i settori più colpiti dalla crisi (il turismo, i servizi, le attività di cura) sono invece caratterizzati dalla presenza di una maggiore forza lavoro femminile.
In questo modo, anziché ribilanciare le preesistenti condizioni di squilibrio, l’attuale configurazione di next Generation UE determinerà un aggravamento della gender inequality sul mercato del lavoro.
L’impostazione adottata, quindi, rischia di non rispondere adeguatamente alle sfide poste dall’emergere della pandemia: abbiamo già visto come i settori che stanno soffrendo di più a seguito della crisi siano anche caratterizzati da elevata occupazione femminile (che, quindi, è più esposta alla possibilità di perdere il lavoro). 
Al contempo, iniziamo a disporre dei primi dati sulle tendenze degli ultimi mesi e delle prime previsioni su quanto avverrà. Nel nostro paese, ad esempio, si prevede un drop out lavorativo delle donne pari al 20%, che sarà determinato dalle necessità di accudimento, prevalentemente dei bambini.


Ma questo non è un problema solo italiano: in Germania, secondo l’Institute of Economic and Social Research (WSI), il 27% delle madri lavoratrici ha già dovuto ridurre il proprio orario lavorativo per potersi prendere cura dei propri figli e delle proprie figlie (a fronte di un 16% dei padri). Non stupisce, quindi, che le donne siano quelle che manifestano un maggiore grado di sofferenza a seguito del lockdown e, in generale, della situazione che si è venuta a creare a causa della pandemia. È ben noto come le donne si siano fatte carico, anche durante il Covid, della maggior parte delle attività di cura non retribuite (anche in ragione della chiusura delle strutture scolastiche) e come, attualmente, si trovino a fronteggiare una probabilità più elevata di perdita di lavoro e, conseguentemente, di reddito.

 

Come si potrebbero utilizzare i fondi previsti, quindi, in una prospettiva di accresciuta efficienza complessiva?


Per prima cosa, è necessaria l’inclusione di un focus specifico di investimento sulle attività di cura, in aggiunta ai settori green e digitale già previsti: ciò non solo consentirebbe di affrontare le sfide principali legate alla costruzione di un’economia europea davvero resiliente, ma produrrebbe impatti rilevanti anche in termini di incremento del PIL. Su questo tema, Jerome De Henau and Susan Himmelweit dimostrano in una ricerca in via di pubblicazione che un investimento pari al 2% del PIL nel settore della cura produce sul tasso di occupazione nazionale un effetto maggiore rispetto ad un pari investimento nel settore delle costruzioni.
A ciò si aggiunga una riflessione specifica sul settore digitale (prettamente maschile), al quale, a fronte dei fondi pubblici di cui beneficerà, si potrebbe richiedere di prevedere misure inclusive rivolte all’incremento del numero delle donne occupate a tutti i livelli, con effetti positivi per tutti, per il settore stesso, che potrebbe utilizzare un maggiore volume di forza lavoro, ma anche per le donne, che potrebbero ottenere un’occupazione mediamente ben retribuita ed avrebbero, al contempo, l’opportunità di condividere con gli uomini la gestione delle nuove tecnologie, destinate ad influenzare profondamente il nostro modo di vivere, di comunicare e di lavorare. 
In linea generale, poi, ogni proposta contenuta all’interno di Next Generation EU dovrebbe poi essere corredata da una valutazione di impatto di genere, dalla presenza di dati disaggregati in base al genere e dell’applicazione dei principi del Gender Budgeting.
Non sono formalità: si tratta di utilizzare al meglio il denaro dei contribuenti. E di conseguire il massimo benessere per l’intera popolazione. Siamo in una fase caratterizzata da elevatissima criticità. Occorre mettere in campo tutte le forze possibili, per il bene del paese.


Business Defence, un po’ controcorrente, può essere definita a tutto tondo un’azienda a conduzione femminile. Il nostro Team è formato da tante figure femminili; ad oggi, su 20 dipendenti ben 13 sono donne! 
La scelta di dare spazio alle donne e valorizzarle il più possibile è stata fatta per svariati motivi; tra questi, sicuramente, spicca la capacità di queste ultime a saper cogliere in maniera scrupolosa le sfumature delle cose, a sapere comprendere al meglio gli altri e soprattutto a comunicare i propri pensieri in modo efficace. Comunicazione, Empatia, Vision, Maturità, Prospettiva. Sono queste le cinque migliori qualità delle donne alla guida di una azienda, a cui è giusto aggiungere determinazione e creatività, indispensabili a sviluppare progetti e nuovi mercati. 
Insomma le donne al comando fanno crescere l’utile dell’azienda e la notizia la confermano non solo le ricerche di mercato. Sono i fatti, gli eventi, le storie a ricordarci quotidianamente quanto l’apporto femminile al mondo del lavoro sia una fonte inesauribile di sorprese e ricchezza per tutti. 


Fonte: Il Sole 24 Ore/BD Business Defence

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