Tre soluzioni per vendere meglio le sofferenze bancarie

29 August 2016 IN Business Defence
Tre soluzioni per vendere meglio le sofferenze bancarie
«A parità di condizioni esterne, basterebbe segmentare per bene i crediti in sofferenza delle banche italiane, per far salire il prezzo di 5-10 punti percentuali». A parlare è il gestore di un fondo di New York, specializzato nell’acquisto di crediti deteriorati in giro per il mondo.

Preferisce restare anonimo, ma le sue parole (condivise da tanti suoi colleghi) potrebbero diventare musica per le banche nostrane. È vero che in Italia i Tribunali sono lenti e che i crediti in sofferenza sono tanti. Ma, secondo gli investitori specializzati, alle banche basterebbero alcuni accorgimenti “tecnici” per far salire i prezzi dei finanziamenti deteriorati e sbloccare il mercato. Per favorire insomma quel «riprezzamento» auspicato dal fondo Atlante, anche senza il fondo Atlante.

Almeno tre sono - secondo vari addetti ai lavori - gli accorgimenti che le banche dovrebbero adottare in Italia:

  1. Segmentare i crediti in sofferenza a seconda delle varie tipologie, per attirare su ogni prestito l’investitore più adatto.

  2. Creare banche dati informatizzate e agevoli sui portafogli di crediti in vendita, come accade in maniera efficiente in Germania o Gran Bretagna.

  3. Favorire la creazione di un mercato secondario delle cartolarizzazioni di sofferenze.

Questo, a parità di condizioni esterne, permetterebbe alle banche italiane di vendere crediti in sofferenza a prezzi maggiorati di 5-10 punti percentuali rispetto a quelli attuali di mercato. Parola di chi quei crediti li vorrebbe comprare. Dagli Stati Uniti.

Segmentare

Le banche italiane hanno in pancia crediti in sofferenza per un ammontare lordo di circa 198 miliardi di euro. Questi finanziamenti sono già stati ampiamente svalutati, e attualmente sono iscritti nei bilanci a un valore medio pari a circa il 42% di quello originario lordo. Se le banche cercano di venderli, però, i fondi specializzati (che mirano ad avere ritorni elevati) solitamente sono disposti a pagare non più del 20% (facendo una media) del valore originario: prezzo troppo basso, che causerebbe ingenti perdite agli istituti italiani. Morale: il mercato non decolla.

Il prezzo - a detta di chi compra sofferenze in giro per il mondo - aumenterebbe però notevolmente se solo le banche vedessero pacchetti omogenei di crediti e non “minestroni” indiscriminati con dentro un po’ di tutto come spesso cercano di fare. Insomma: le cartolarizzazioni andrebbero segmentate. Perché i crediti in sofferenza non sono tutti uguali, e neppure gli investitori. «Ogni fondo attivo sul mercato delle sofferenze è specializzato su una tipologia di credito o di sottostante - spiega Dario Loiacono, avvocato Of Counsel di Nctm molto attivo su questo settore -. Se si vendono loro pacchetti disomogenei, questi fondi sono portati a valutare quasi a zero le tipologie che non conoscono o che non sanno gestire. Questo abbassa il valore medio dell’intero portafoglio». La conferma arriva da un fondo distressed Usa: «Noi siamo specializzati sulla gestione dei crediti che hanno ipoteca su poli logistici, cioè capannoni industriali. Se la banca ci offre anche altro, non ce ne facciamo nulla e dunque abbassiamo il prezzo».

Esistono almeno nove categorie diverse di finanziamenti in sofferenza, secondo l’esperienza di Roland Berger. Da un lato ci sono i prestiti non garantiti (crediti al consumo o altro). Tra quelli garantiti da beni reali (come si vede nella grafica a fianco), c’è poi una segmentazione molto vasta: alcuni investitori sono specializzati in finanziamenti con ipoteca su immobili di pregio, altri su appartamenti residenziali, altri su terreni. Ci sono poi quelli che comprano palazzi semicostruiti, altri specializzati in capannoni. Insomma: c’è un po’ di tutto. «Il trucco - spiega il gestore di un hedge fund - è di realizzare cartolarizzazioni con portafogli ben segmentati, e su ognuno di essi mettere in competizione gli investitori interessati. Le assicuro, in questo modo il prezzo sale». Alcuni portafogli - secondo Roland Berger - possono arrivare a essere venduti al 60% del valore lordo del credito in sofferenza.

Maggiore Qualità nei Dati

Un altro stratagemma per vendere bene (e a prezzi più alti) i crediti deteriorati è quello di creare banche dati digitalizzate ed efficienti sui portafogli. «In Spagna quando vengono venduti pacchetti di sofferenze ci viene fornito un link, e all’interno troviamo tutti i documenti e tutte le informazioni su ogni credito - testimonia un operatore del settore -. In Spagna esistono dei documenti standard, chiamati “nota simple”, in cui si trovano tutte le informazioni necessarie. Questo aiuta molto gli investitori a capire meglio i crediti e dunque a valorizzarli per bene». Anche questo, insomma, fa salire il prezzo.

«In Italia sul tema della qualità dei dati le banche sono invece ancora indietro - osserva Egidio Calegari, partner di Roland Berger attivo nel settore -. I modelli più avanzati si trovano in Germania e nel mondo anglosassone. Spesso in Italia mancano addirittura i dati sulle garanzie, il che rende difficile fare la due diligence per gli investitori». Servirebbero quindi investimenti sul tema. E, alla fine, il ritorno ci sarebbe: le sofferenze verrebbero vendute a prezzi più elevati.

Mercato Secondario

Un altro tema importante per chi investe in cartolarizzazioni create su crediti in sofferenza è il mercato secondario. È vero che chi compra solitamente gestisce, insieme a un servicer, i crediti fino al rimborso del bond. Ma è anche vero che se esistesse un mercato secondario, e dunque se si potessero vendere queste obbligazioni anche prima della scadenza, gli operatori specializzati le comprerebbero più volentieri. Le misure varate dal Governo (a partire dalle Gacs) aiutano, ma le banche devono fare la loro parte.

Business Defence è in grado di fornire una serie di informazioni dettagliate e puntuali sui soggetti debitori, sulle garanzie ed effettuare un processo di analisi, finalizzato alla clusterizzazione dei crediti medesimi e alla loro valutazione prima di cederli/acquisirli.

Perché le sofferenze italiane sono ormai nei radar di tanti investitori mondiali: il gestore di un hedge fund americano ha fatto sapere di essere «molto interessato» al mercato italiano, un blog Usa del settore definisce quello italiano «il mercato da guardare nel 2016». Ormai basta poco per far scoccare, tra investitori internazionali e banche italiane, la prima scintilla.

 

Scarica l’analisi delle posizioni trattate nel 1° semestre 2016.

 Fonte: Sole 24 Ore

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